Traumi da racchetta, non solo il “gomito del tennista”

di Redazione

– Spalla, gomito, polso e mano, anca, ginocchio, caviglia e piede, rachide. Le patologie per chi pratica tennis, sport di massa il cui numero dei tesserati e degli agonisti in Italia è in crescita costante – oltre 340mila gli appassionati a fine 2016 – colpiscono più ‘aree’ del corpo umano.

“Negli ultimi anni – spiega il Professor Hassan Zmerly, Co-Responsabile dell’Unità di Ortopedia e Traumatologia di San Pier Damiano Hospital, ospedale privato GVM Care & Research a Faenza – si è passati da un tennis di tipo tecnico ad una disciplina squisitamente atletica: la forza muscolare e l’innovazione dei materiali si completano a vicenda per ottenere risultati sempre più appaganti.

A risentirne per primi sono la spalla e il gomito. La lesione della spalla è legata alla sindrome da conflitto e all’instabilità. E’ una patologia molto dolorosa e frequente, dopo le tendinopatie del gomito, sia nei giocatori amatoriali che nei professionisti, in quanto l’articolazione deve sostenere movimenti complessi alternati a brusche accelerazioni, decelerazioni, impatti e contraccolpi.

Il Professor Hassan Zmerly

La maggioranza dei pazienti risponde ad un approccio conservativo grazie a lunghi periodi di fermo tecnico; nei casi ‘ostinati’ a 6 medi dall’inizio della terapia, l’intervento chirurgico può essere effettuato in artroscopia – anestesia locale o periferica – oppure a “cielo aperto” a seconda della lesione riscontrata: riparazione dell’instabiità, acromionplastica, riparazione dell’articolazione acromion-claveare, riparazione della cuffia dei muscoli rotatori.

Spostando l’attenzione al gomito – il distretto articolare più soggetto alle patologie microtraumatiche del tennis – troviamo l’epicondilite, meglio conosciuta come il Gomito del Tennista, che può essere associata ad altre sindromi (dolorose) quali la tendinopatia della cuffia dei rotatori, la Sindrome del tunnel carpale (mano), la Sindrome di De Quervain.

Il trattamento è soprattutto conservativo: stop all’attività, crioterapia (terapia del freddo), terapia fisica, utilizzo dei tutori, terapia riabilitativa ed infiltrativa con farmaci ad hoc e, recentemente, con PRP (concentrato piastrinico).

Qualora non si arrivi alla sua risoluzione – in meno del 10% dei pazienti – si procede all’intervento in chirurgia open (tenotomia mirata in chirurgia tradizionale), per via percutanea o in artroscopica (chirurgia mininvasiva).

Quando, invece, ad essere coinvolti dalla patologia sono il polso e la mano, la prima valutazione – prosegue il Professor Zmerly – deve essere riservata alla frattura del processo unciforme dell’uncinato; seguono poi le lesioni della fibrocartilagine triangolare, la compressione del nervo ulnare, la già ricordata sindrome del tunnel carpale, la trombosi dell’arteria ulnare e le tendiniti.

La frattura del processo unciforme dell’uncinato deriva dalle forze traumatiche trasmesse dalla presa della racchetta: la diagnosi di questa lesione spesso non è immediata, poiché nella radiografia standard può essere a difficile interpretazione.

Tuttavia una volta chiarito il dubbio, lo specialista interviene proponendo un’ingessatura per circa 4-6 settimane e se necessario, laddove l’immobilizzazione si è rivelata insufficiente, l’intervento chirurgico utile al suo consolidamento.

Anche gli arti inferiori subiscono continue sollecitazioni; in questo caso le lesioni possono rivelarsi di natura acuta o cronica, soprattutto in situazioni di non piena efficienza fisica o affaticamento.

Si va dalle contratture agli stiramenti, agli strappi. Le contratture richiedono il riposo per 3-4 giorni mentre gli stiramenti si attenuano nell’arco di 10-15 giorni. Differente è il decorso dello strappo, attribuibile alla lacerazione di una o più fibre muscolari.

Le lesioni correlate in prevalenza al gioco sono rare ma tra esse compare il “tennis leg”, ovvero il parziale strappo del gemello mediale a livello della giunzione con il tendine. I più colpiti sono i tennisti tra i 30 ed i 50 anni che non hanno seguito un’adeguata preparazione in palestra.

Piuttosto debilitanti, seppur non frequenti, le lesioni del tendine d’Achille (piede). La rottura avviene come conseguenza di un precedente e latente processo di degenerazione cronica – il più delle volte non si avverte alcun sintomo – che predispone al trauma anche durante blandi movimenti.

La risoluzione delle rotture sottocutanee è comunque chirurgica. Per quel che concerne il ginocchio possiamo, infine, classificare le patologie in due grandi gruppi: le patologie extrarticolari e articolari.

Le seconde ricorrono sovente nei racconti degli sportivi: lesioni meniscali, capsulo-legamentose, lesioni condrali ed osteocondrali (cioè della cartilagine di rivestimento articolare e della cartilagine di rivestimento articolare+osso sottostante), sinoviti (patologia infiammatoria a carico della membrana sinoviale, il tessuto che riveste l’interno delle articolazioni).

Qui si va dai trattamenti di tipo conservativo (meniscectomia), alle ricostruzioni per mezzo d’innesti biologici, ai reimpianti di cellule (condrociti), alla terapia farmacologica. Altresì l’articolazione dell’anca è ‘bersaglio’ di lesioni prevalentemente muscolari, tendinee o legamentose e generalmente il trattamento è conservativo. Concludiamo con una rapida annotazione sul rachide.

È la porzione lombare della colonna vertebrale quella più incline a manifestare la patologia da sovraccarico in ambito sportivo. L’incidenza delle lombalgie negli atleti varia dal 10 all’85% in rapporto all’età e alla disciplina intrapresa ed è la causa più comune d’inattività nelle persone under 45”.

(fonte GVM Care & Research)